Vuoto.
Oggi ho lavorato fino a spremere l’ultima goccia di concentrazione. È venuto un cliente, aveva un elenco infinito di piccole correzioni per il sito che stiamo costruendo. Nulla di enorme, ma un continuo incastro di dettagli da segnare e sistemare, roba che ti succhia energia più di un progetto intero. Quando finalmente sono uscita dall’ufficio, mi sono ritrovata a camminare e ho sentito dentro una calma strana: pace, vuoto, silenzio dei pensieri.
L’ultimo scoglio burocratico l’ho superato giusto in questi giorni. Dovevo riuscire a fissare un appuntamento all’ambasciata italiana di Madrid per far vidimare alcuni documenti che la clinica mi consegnerà, indispensabili per il rimborso parziale dalla Regione.
Ci ho perso il sonno, temevo di non farcela. Poi, grazie alla PEC nuova di zecca (fatta per inviare all’INPS un documento della malattia all’estero), ho inviato la richiesta e nel giro di due giorni mi hanno confermato l’appuntamento. Tempismo perfetto, il giorno prima di rientrare in Italia. Naturalmente tutto dipenderà dalla guarigione: se ci saranno intoppi, dovrò rimandare di una o due settimane. Ma sono fiduciosa: mi sento bene, il chirurgo è bravo e io seguirò ogni indicazione.

Ieri sera, dopo il lavoro, ho incontrato una cara amica a Lambrate. Ci siamo sedute in un bar e per due ore e mezza non abbiamo fatto altro che raccontarci. Io ho iniziato a parlare come un fiume in piena: tutto quello che riguarda l’operazione, ogni dettaglio, le paure e i passi avanti. Poi abbiamo iniziato ad alternarci, ed è stato bello vedere che anche lei si è aperta su cose personali e tumorali (sono davvero troppe le mie amiche che lo hanno avuto).
È venuto fuori anche un discorso che mi ha lasciato pensare: i treni di sera tardi. Dopo le ore ventitrè non mi sento tranquilla. Prima, al massimo temevo una rapina o un’aggressione. Dopo l’intervento, invece, il pensiero corre a un’altra paura: la violenza sessuale. Dovrò essere molto più prudente.
Alla fine mi ha detto una cosa che mi è rimasta addosso: secondo lei, l’unica che ancora non si rende conto della portata di tutto questo percorso: sono io. Forse ha ragione. Ho avuto la testa occupata con le ultime cose da sistemare — il romanzo giallo da chiudere, i materiali di marketing per l’editore Mursia, gli impegni sociali con amici e amiche — e non ho lasciato spazio a questo pensiero. Ora che tutto è pronto, però, inizio a rendermi conto che questo passo cambierà, ancora una volta, la mia vita.
E intanto conto i giorni. Me ne restano dieci. Dieci giorni da vivere con questo corpo così com’è, con un pisello che è tornato a farsi sentire che c’è, ora che ho interrotto la terapia ormonale e il testosterone non viene più distrutto.
Pensavo che mi avrebbe dato più fastidio, soprattutto l’idea di averlo e sentirlo spesso. Anzi, forse è giusto così: godermi questi ultimi giorni insieme a lui, prima di salutarlo per sempre.
Simplified Summary
Dopo una giornata di lavoro intensa, cammino con una sensazione di pace e vuoto. Sono riuscita a fissare l’appuntamento all’ambasciata di Madrid per i documenti, ultimo passo per ottenere il rimborso della Regione. Ieri sera ho incontrato una cara amica: abbiamo parlato a lungo dell’operazione e delle nostre vite. È emersa anche la paura dei treni notturni: ora temo rapine, dopo l’intervento potrei temere la violenza. Lei mi ha detto che forse non mi rendo conto davvero della portata di ciò che sto facendo. Mancano sette giorni, e decido di viverli così come sono, con questo corpo che presto cambierà per sempre.
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