Oggi nella terza sessione la tematica è stata: il mio spazio nel mondo, quello intimo e quello rivolto all’esterno. Come mio solito, durante la meditazione iniziale, ho avuto sede difficoltà a rimanere sul momento e soprattutto in questo periodo dove ho fatto tante attività e ne farò altre a breve.
Al termine però ero molto rilassata e sul pezzo, anche se avevo ancora qualche pensiero vagante.
Susi ha estratto dal suo zaino, una delle sue scatoline che per me sono magiche, molto belle e ogni volta all’interno ci oggetti consueti e che useremo in maniera inusuale e inattesa.
Questa volta non ci ha fatto scegliere l’oggetto, è passata lei a consegnarci una per una un rotolo di lana colorata, io sono stata la penultima e mi è toccato quello grigio chiaro, oppure colore bianco sporco.

L’esercizio iniziale, che si svolge sempre a terra, era di creare un contorno, uno spazio intorno ad ognuna, stendendo il filo. Molte hanno fatto un cerchio con suggerito da Susi, altre forme differenti e io ho creato un cerchio molto frastagliato.
Quello era il mio spazio interiore e già dall’inizio mi sono trovata molto ristretta, quasi prigioniera in questo spazio. Mi sono chiesta come mai l’avevo fatto così piccolo! Abbiamo iniziato a danzarci dentro i suoi confini, molto lentamente, e con le dita ne seguivo il contorno.
Nel secondo esercizio, abbiamo aggiunto la mobilità del fisico. Seguendo sempre il suo bordo con una mano, mi ha ricordato il periodo del lockdown di cui ho sentimenti contrastanti: avevo iniziato da pochi mesi il coming-out e vivere come donna, ma senza contatti umani “in persona”. Non sembrava avessi fatto un gran passo avanti rispetto a quando non avevo il coraggio di uscire da casa.
C’era stato quel decreto folle che intimava di non allontanarsi oltre i duecento metri da casa. Per fortuna di fronte a casa c’è il parcheggio dello stadio e rimanendo nella legge, riuscivo a fare un bel giro intorno all’edificio. Questo contorno era anche il mio bordo di espansione massima in quel brutto periodo, camminando conoscevo ogni marciapiede, ogni crepa, le scritte sui muri, tutto. Abituarsi a restare in uno spazio ristretto, per me che soffro leggermente di claustrofobia, non è stato piacevole eseguire questo esercizio.
Nella terza ripetizione, non ero sicura se i rumori di sottofondo della musica, insieme al suono del violino struggente, fossero gli stessi di prima, perché un certo punto ho sentito un rumore di onde del mare. Suono che mi ha riportata a quando sono in riva al mare a fare meditazione nel campeggio olistico in Puglia.
Ad un certo punto mi sentivo troppo prigioniera del mio spazio “interiore” e ho dovuto allargare volontariamente il mio cerchio che è diventato più ampio, pochi centimetri nella realtà, ma non mi sentivo più in costrizione.
Ovviamente, ad un certo punto c’è stata l’apertura del proprio spazio. Danzando liberamente e con dolcezza l’abbiamo aperto e usato questo filo per lanciarlo nell’aria e giocarci: era il nostro spazio che ora era aperto nel mondo.
In un certo senso, è stato quello che ho fatto con il mio coming-out e come sono adesso: aperta nel mondo, senza filtri.

La musica era diventata molto più gioiosa e quando aumentava di densità, mi veniva da lanciare verso l’alto il mio filo per vederlo volteggiare nell’aria: libero.
Susi ci ha poi ricordato di trattarlo bene, perché quel filo era il nostro spazio intimo e tutte abbiamo danzato prendendoci cura del filo, senza usarlo come uno strofinaccio, ma sentendoci libere.
Nella ripetizione successiva abbiamo iniziato a incrociare i nostri “fili danzanti” con quelli delle altre. La cosa curiosa è stata che in precedenza si creavano dei nodi e delle forme aggrovigliate che non si scioglievano, ma danzando con le altre nessun filo è rimasto attorcigliato a quello delle altre. magia? No, i nostri fili in condivisione non potevano annodarsi per sempre.
E’ stato molto bello giocare e danzare con le altre, osservare gli intrecci e il loro sguardo sorridente.
Una volta che ci eravamo liberate nel mondo, abbiamo salutato con dolcezza il nostro filo riponendolo nella scatola magica.
Il gran finale è stato danzare tutte insieme, ascoltando una musica molto ritmata e mi sono divertita con ognuna nel vedere come danzavano e fare dei movimenti similari insieme. Ci sono quelle più sciolte nei movimenti, più fluide e quelle più rigide, ma ho notato che danzando insieme a queste ultime esse si scioglievano nei movimenti, mentre con le prime abbiamo osato quasi delle coreografie.
In tutto questo ho avuto un problema: oggi avevo indossato un leggings e ho scoperto tristemente che danzando, mi si scopriva il fondoschiena. In futuro dovrò portare qualcosa che sia più alto in vita, Susie mi ha detto che ha evitato di fare alcune fotografie per non mettermi in imbarazzo.
Nella meditazione finale, Elena ci ha detto che è quella più praticata al mondo e in effetti l’avevo già fatta altre volte. Oltre alle suggestioni della voce ha detto delle frasi che abbiamo ripetuto mentalmente dentro di noi, augurandoci delle belle cose e una bella vita. La parte finale è stata di aprirci al mondo portando la nostra luce. Nei giorni scorsi mi era venuto un pensiero particolare: cosa succederebbe se un miliardo di persone meditassero nello stesso momento? Portando la luce nel mondo cambierebbe qualcosa nell’animo delle persone che stanno combinando cose terribili?

“E’ tempo di regalarci un grande sorriso”
Quando è terminata la meditazione e la sessione, ero totalmente rilassata e in pace con me stessa.
Questa mattina in treno ho continuato a leggere un libro di analisi transazionale, roba di psicologia avanzata. Mi ha colpita una frase che citavano: ogni mattina ci svegliamo e il nostro cervello deve ricreare il proprio universo: chi siamo, cosa ci facciamo in quel posto, che cosa dobbiamo fare. In effetti, quando dormiamo, sogni a parte, è come se uscissimo momentaneamente dal mondo.
Con i saluti e terminata la sessione, ci sono stati tanti abbracci e ci rivedremo tra due settimane. Questa mattina ero un po’ stanca e provata dalla giornata intensa di ieri, pensavo con piacere a una settimana di stop, ma adesso quando è terminata la lezione già ne sento la mancanza.
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