Nei primi due capitoli vengono introdotti alcuni dei temi centrali del romanzo. Il primo è la violenza contro le persone considerate “diverse”. Michele, il ragazzo scomparso al centro della vicenda, subisce un brutale pestaggio compiuto con una crudeltà che va oltre la semplice aggressione.
Viene poi presentata Nera Jones, un’investigatrice fuori dagli schemi (apri il sito ufficiale del romanzo). Non ha una targhetta sulla porta, il suo ufficio è accessibile solo tramite un codice e opera lontano dai canali tradizionali. Fin dall’inizio emerge anche il tema dello stereotipo: l’uomo incaricato da un influente politico di ritrovare Michele, infatti, entrando nell’ufficio di Nera dà per scontato che lei sia soltanto la segretaria.
Sono temi che toccano da vicino battaglie reali, comprese quelle contro l’odio e la discriminazione. Sentire leggere queste pagine ad alta voce è stato particolarmente emozionante.
La prima domanda che mi sono posta riguarda la natura autobiografica del romanzo. Hai raccontato che Nera Jones rappresenta in parte il tuo alter ego. Come mai hai scelto proprio il genere noir? In che modo hai pensato che potesse intrecciarsi così bene con una storia che parla anche di transizione di genere?
«Grazie per i complimenti. Questo romanzo ha iniziato la sua genesi circa tre anni fa. All’epoca il mio blog, dove racconto il mio percorso e raccolgo informazioni pratiche per le persone transgender, era già molto seguito. Alcuni lettori mi suggerivano di scrivere una biografia.
Ho iniziato a raccogliere materiale, ma facendo una ricerca in libreria mi sono accorta che esistevano già numerose autobiografie di donne transgender. Non mi sembrava utile aggiungerne un’altra. Cercavo un modo diverso per raccontare le persone trans.
Da divulgatrice, il mio obiettivo non è mai stato quello di fare una comunicazione urlata o polemica. Preferisco arrivare direttamente alle persone e mostrare che siamo esseri umani come tutti gli altri. Per questo ho scelto la narrativa. Un’indagine investigativa mi sembrava il contenitore ideale per raccontare esperienze, emozioni e pregiudizi senza trasformare il libro in un saggio.
Le prime quindici pagine le ho riscritte almeno dieci volte. Ho provato la terza persona, il narratore onnisciente e varie altre soluzioni. Poi ho ripensato al mio blog, scritto in prima persona, e ho capito che quella era la strada giusta. Volevo che il lettore vivesse gli eventi insieme alla protagonista, come se stessero accadendo in quel preciso momento.
Fin dall’inizio ho immaginato il romanzo quasi come una serie televisiva. Oggi il pubblico è abituato a quel linguaggio narrativo: ritmo veloce, leggerezza apparente e temi importanti inseriti all’interno della storia.
Dopo circa due anni e mezzo di lavoro ho stampato dieci copie di prova e le ho affidate a lettori di fiducia chiedendo loro di segnalarmi tutto ciò che non funzionava. I loro suggerimenti sono stati preziosi.
Successivamente ho inviato il manoscritto ai dieci editori più importanti d’Italia. La mia idea era semplice: partire dai più grandi e poi, eventualmente, allargare la ricerca. Dopo circa un mese Mursia mi ha contattata manifestando interesse.
Nei successivi otto mesi siamo passati dalla terza all’ottava revisione. È stato un lungo lavoro di rifinitura. La prima osservazione ricevuta dagli editor è stata molto chiara: dovevo decidere se scrivere un romanzo investigativo o un testo divulgativo. Molte parti informative rischiavano di rallentare la narrazione. A malincuore ho eliminato quasi trenta pagine e ne ho scritte altre.
Alla fine però il cuore del libro è rimasto intatto. Nera Jones è un’investigatrice transgender alla ricerca di un ragazzo trans scomparso. Molto del suo percorso è il mio. Certo, lei è più giovane, più coraggiosa e decisamente più spericolata di me, ma nasce dalle mie esperienze.
Ho cercato di fondere le mie diverse anime: quella tecnologica, legata al mio lavoro di programmatrice, quella divulgativa e quella personale. Da questa fusione è nato un personaggio che oggi i lettori stanno apprezzando molto.»
La tecnologia è infatti un altro elemento fondamentale del romanzo. Nera riceve aiuto da un hacker conosciuto con il nome in codice 2703. Da qui nasce una domanda inevitabile: quale rapporto hai con l’intelligenza artificiale? Può davvero essere creativa come una persona?
«Nel romanzo c’è persino una pagina scritta da un’intelligenza artificiale. Era appena uscita la prima versione di ChatGPT e all’epoca sembrava una rivoluzione. Oggi quella pagina mostra tutti i limiti di quegli strumenti, ma ho deciso di lasciarla proprio per testimoniare quel momento storico.
Nel frattempo l’intelligenza artificiale è cresciuta enormemente. All’inizio la utilizzavo come un correttore ortografico avanzato. Poi ho scoperto che riusciva a individuare errori più sottili: parole corrette dal punto di vista grammaticale ma sbagliate nel contesto.
Mi è stata utilissima anche durante le revisioni. Ad esempio, mi ha aiutata a individuare ripetizioni che non notavo più. In una scena avevo scritto la parola “sangue” sei volte nella stessa pagina senza rendermene conto.
Oggi la utilizzo anche durante la scrittura. Mi aiuta a rendere più realistici alcuni personaggi. Con Michele, ad esempio, avevo difficoltà a trovare una voce davvero adolescenziale. L’intelligenza artificiale mi ha aiutata a capire come avrebbe potuto esprimersi un ragazzo di quindici anni.
Sto già lavorando al secondo romanzo della serie e il suo utilizzo è diventato ancora più interessante. Non scrive al posto mio, ma funziona come un consulente creativo. A volte le sottopongo una scena e le chiedo se sia plausibile o se presenti punti deboli.
Ho fatto anche un esperimento. Le ho dato in pasto oltre centotrenta pagine del secondo romanzo chiedendole di immaginare il seguito. Il risultato è stato piuttosto banale. Però, fornendole ulteriori informazioni e indizi, ha iniziato a produrre idee più interessanti. Alcune non le utilizzerò, ma due spunti si sono rivelati davvero validi.
La conclusione a cui sono arrivata è che l’intelligenza artificiale può essere uno strumento molto utile, ma almeno per ora è ancora l’autore umano a fare la differenza.»
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