Oggi sono andata all’ospedale Niguarda di Milano per la solita visita di controllo e per ritirare le scatole di estradiolo per la terapia ormonale sostitutiva.
Dieci giorni fa avevo fatto gli esami del sangue, ma la dottoressa non aveva richiesto il valore del testosterone. È un parametro che ho tenuto d’occhio per anni, e che, nell’ultimo periodo, stava ricominciando a salire — segno che la pillola che lo sopprime (Aldactone) comincia a perdere un po’ di efficacia. I valori erano comunque bassi, niente di allarmante.
Dopo l’intervento di fine settembre non produrrò più testosterone in quantità significative (sì tolgono un po’ di cose che lo producono, ma la prostata rimane), quindi non sarebbe stato utile controllarlo. Mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse stato l’ultimo valore prima dell’operazione… giusto per mia curiosità.
Sono partita molto presto, alle 8:00 del mattino (appuntamento alle 10:30), perché con il traffico di Milano — aggravato dalla pioggia intensa — c’è sempre il rischio di rimanere imbottigliati. E infatti, la tangenziale era paralizzata. Il navigatore mi ha fatto fare un giro tortuoso passando dentro la città e riducendo le code, anche se ci ho messo comunque settanta minuti per arrivare.
Una volta arrivata al parcheggio, la pioggia era così fitta che non riuscivo nemmeno a scendere dall’auto. Appena si è attenuata, sono entrata nella zona ospedaliera, scoprendo che stanno facendo dei lavori e molte vie interne sono bloccate. Per fortuna un signore gentile ha indicato a me e a una mamma con la bambina in carrozzina, come aggirare i cantieri e raggiungere il Blocco Nord: lei per il pediatra, io per pagare il ticket all’accettazione.
Il tipo, rivolgendosi anche a me, ha detto “…e anche la signora…”. So che non dovrei più stupirmi né farci caso, ma quando non sono truccata o non mi sento a posto come abito, il venire riconosciuta subito mi accende l’umore.
Sono andata al bar per la mia solita colazione: un piccolo rituale che ho mantenuto negli anni, da quando frequento il Niguarda. Una volta ci facevo anche pranzo, ma adesso, con la nuova Dottoressa Parazzoli e i suoi aiutanti, si riesce a rispettare l’orario della visita.
Nella sala d’attesa c’era solo un’altra ragazza transgender, molto giovane. Dopo appena dieci minuti è arrivata la dottoressa, e sono entrata nel suo studio con un gran sorriso, dicendole: “Ho grandi notizie!”
Lei ormai è abituata alle mie iniziative e alla mia attività di divulgazione, ma questa era davvero una notizia bomba: “A fine settembre andrò a Madrid a operarmi di vaginoplastica!”
Le ho raccontato un po’ di cose a riguardo. È una dottoressa giovane, che ha davvero a cuore il nostro percorso. Si è informata anche su aspetti che non rientrano nel suo ruolo di endocrinologa, ma che fanno parte dei percorsi di affermazione di genere.
Ha confermato che dovrò sospendere la terapia ormonale due settimane prima dell’intervento. Anche se, tecnicamente, non sarebbe più strettamente necessario, mi ha ripetuto quello che già mi aveva detto anche la dottoressa Bonadonna a febbraio: “Bianca, hai una certa età… meglio non rischiare.”
Potrò riprendere la terapia quando sentirò di avere recuperato la mobilità fisica. Direi una decina di giorni dopo l’intervento.
Mi ha raccomandato di scriverle prima e dopo l’operazione, di tenerla aggiornata. Spero che non sarò così stanca (come mi hanno detto) da non poter fare quasi nulla e meno che meno scrivere ai miei contatti – almeno un centinaio di persone – penso che farò una lista broadcast su WhatsApp, perché cambiare solo lo stato del profilo non basterà a informarli!

Mi ha fatto l’impegnativa per la prossima visita, che sarà a fine gennaio, e anche quella per gli esami del sangue — stavolta saranno molto più completi, visto il cambiamento fisico importante. Il mio corpo dovrà adattarsi alla drastica riduzione del testosterone e alla gestione del nuovo organo sessuale. Una nuova rinascita.
Avevamo ancora una decina di minuti, così le ho raccontato del corso fatto all’Istituto dei Tumori, che è andato benissimo e che ha ricevuto un gradimento altissimo. Le ho parlato anche del mio romanzo e dei suoi sviluppi. Mi ha chiesto una copia autografata, e ovviamente che non le farò pregare. Mi piacerebbe regalarne tante, ma, purtroppo, non posso permettermelo: li pago di tasca mia.
Mi ha dato una notizia importantissima: da poco in ospedale c’è un ginecologo esperto di persone transgender (Dottor Nelva Stellio). Ho già l’impegnativa per fare la prima visita (buffo a 61 anni fare la “prima visita”), che farò l’anno prossimo. Finalmente saprò anche con chi farla. Per eventuali complicazioni, ovviamente mi rivolgerò a Madrid al chirurgo, ma per i controlli di routine… è una svolta avere qualcuno competente vicino a casa.
Questo ginecologo, tra l’altro, è anche intervenuto al pronto soccorso per un’emorragia di una donna transgender che non aveva seguito bene le istruzioni per la cura e la manutenzione della neo-vagina (sembra che se la sia cercata…). Insomma, è davvero una risorsa preziosa da avere a portata di mano.
Tornata all’auto, mentre dettavo queste note al telefono, si è avvicinato uno di quei ragazzi — un giovane uomo nero — che vendono oggetti per strada. Dopo il mio gentile rifiuto, mi ha detto che ero molto bella e mi ha chiesto se fossi fidanzata. Ho mentito. Poi ha chiesto il mio contatto Instagram e alla fine voleva perfino regalarmi un ombrello.
Non so se fosse una strategia per vendermi qualcosa comunque… ma essere vista come una donna da un bel ragazzo, e ricevere un complimento sincero, mi ha fatto un enorme piacere.
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